La proposta alternativa della «biossidazione» dei rifiuti, rispetto ai previsti termovalorizzatori, illustrata nei giorni scorsi ai componenti la commissione Territorio e Ambiente dell'Ars, è stata accolta con un certo scetticismo dai tecnici dell'Ufficio del commissario straordinario per l'emergenza rifiuti. Tecnici che erano presenti all'audizione e che, a loro volta, relazioneranno martedì prossimo. «Approfondiremo in questi giorni lo studio che è stato proposto - ha sottolineato l'ingegnere Salvatore Raciti - ma non credo che questo sistema possa in qualche modo sostituire i termovalorizzatori». L'ingegnere Raciti, essendo parte in causa vuole approfondire bene l'argomento, prima di trinciare giudizi definitivi. «Con la biossidazione - ha aggiunto - si ha la separazione del secco dall'umido; poi i rifiuti vengono trasportati in discarica, mentre con la termovalorizzazione si ha la produzione di energia e in discarica vanno pochi residui. Sono due modi diversi di concepire lo smaltimento dei rifiuti: per loro è più dannoso produrre energia che creare discariche».
Ma cos'è la biossidazione? E' un processo che sfrutta lo scarso potere calorifico presente nella frazione umida dei rifiuti che vengono stivati in capannoni più o meno pressurizzati per evitare fuoriscite di cattivi odori. E già questo potrebbe scatenare parecchie proteste.
«Il calore interno della massa dei rifiuti avvia un processo di fermentazione della frazione organica umida - si legge su una rivista specializzata -. Questo attiva una serie di batteri e di processi di trasformazione che possono portare alla quasi completa totale perdita di umidità/putrescibilità. Il processo dura alcuni giorni, poco più di una settimana. La lavorazione prevede che i rifiuti vengano spostati dall'ingresso del capannone verso l'uscita, con un tempo di permanenza nella struttura variabile a seconda di molti fattori, ad esempio le condizioni atmosferiche».
Sembra che in diversi Stati alcune aziende utilizzino un processo simile, non per risolvere il problema rifiuti ma per produrre il cosiddetto Cdr, un combustibile per termovalorizzatori ad elevata resa, poiché privo di umidità e, quindi, capace di un potere calorifico alto.
Inoltre, se il processo di biossidazione non viene associato alla termovalorizzazione, il problema rimane quello delle
quantità. Infatti lo stoccaggio dei rifiuti biossidati in balle richiede, per ingenti quantità di rifiuti, molte grandi strutture di trattamento e ancor più discariche: i volumi dei rifiuti si riducono solo del 35%. La stessa Legambiente ha affermato (al convegno di Palermo del luglio 2004) che la biossidazione è un sistema utile ma che può funzionare solo su scala ridotta e, comunque, in una logica di integrazione con altre modalità di smaltimento.
Infine, questo processo, secondo gli esperti, lascia invariato, anzi aumenta in teoria, il problema dei trasporti dei rifiuti in giro per le strade della Sicilia.
Il Piano regionale dei rifiuti, messo a punto dall'ufficio commissariale, come è noto prevede la realizzazione di quattro termovalorizzatori sul territorio regionale. Per vigilare su eventuali problemi ambientali, è stato creato un apposito comitato, presieduto dall'oncologo Umberto Veronesi.
Lillo Miceli - La Sicilia


